Narrativa recensioni

Piero fa la Merica – Paolo Malaguti

Recensione a cura di Maristella Copula

“Piero fa la Merica” (Einaudi 2023) di Paolo Malaguti, nato in Provincia di Padova e attualmente Professore di Lettere a Bassano del Grappa, è stato scritto con l’intenzione di colmare il dislivello narrativo tra l’emigrazione italiana negli Stati Uniti (di cui si è ampiamente scritto) e l’emigrazione italiana in Brasile e nell’America Latina in generale, poco rappresentata nelle opere letterarie nonostante il fenomeno fosse di una certa portata.

Ha presto inteso che nella vita, prima di tutto, bisogna restare vivi, e che non c’è nulla di più forte della famiglia per chi, come loro, è stato costretto a dare un calcio a tutto il resto, casa paese lavoro, per ripartire daccapo.

Durante la stesura del libro non è stato facile trovare il taglio narrativo voluto, per l’imbattersi sempre in argomentazioni troppo conosciute come la fuga dalla miseria, le peripezie dei migranti durante la traversata infinita, le fatiche lavorative al loro arrivo. La lettura del saggio “Trofei e prigionieri” di Piero Brunello, docente di Storia sociale a Venezia, è stata illuminante per la ricostruzione rigorosa di quello che viene definito “un rimosso collettivo” riguardante, appunto, la storia dell’emigrazione coloniale italiana nelle Terre Sudamericane.  

La storia di Piero dei Gevori (soprannome dato alla sua famiglia, “conigli” perché in effetti erano numerosissimi), inizia quando lui ha appena quindici anni ed è il fratello maggiore di una nidiata di piccoli. Nato e cresciuto a Biadene, un piccolo paese del Montello, un’antica riserva di legna ai piedi del Monte Grappa passata sotto il potere della Serenissima, appartiene a una famiglia poverissima di “bisnenti” (quelli che hanno due volte niente) e fin da piccolo si arrangia come può, costretto persino ad uccidere gli uccellini nei nidi perché la mamma possa usarli come condimento alla polenta, l’unica cosa che hanno da mangiare anche se non in quantità.

Paolo Malaguti

“La fame è una brutta bestia. Ma la fame di terra, se possibile, è ancora più bastarda, perché nella fame di terra ci nasci e ci muori, e non ti molla un giorno, e non c’è modo di sopirla, perché la terra, Dio bello, la terra è sempre poca, o sempre d’altri, e ogni giorno la terra ce l’hai davanti agli occhi, e la sogni, la speri, la preghi, finché la terra stessa, brutta puttana, ti accoglie in quattro assi con una croce sopra.”

Raggiunti dalla notizia che in America Latina vi è una terra ricca e fertile che viene data a chi la coltiva, decide di partire insieme al padre, alla sorella e a Tonin il fratello, verso il Mato Grosso. La madre, incinta, e i fratelli più piccoli li raggiungeranno in seguito, quando saranno in grado di superare i pericoli e le fatiche della lunga traversata. La famiglia si divide ed è un primo atroce strappo. Si rivedranno ancora?

La terra straniera dove approderanno non manterrà le promesse e le speranze con le quali hanno affrontato questa avventura. Il Mato non perdona, pieno com’è di pericoli tra i quali dovranno farsi strada a colpi di machete per deforestare i luoghi in cui costruire le loro case e preparare le strade per arrivarci. Scopriranno ancora che la terra non è disabitata ma da sempre vissuta dalle tribù indigene che la difendono con tutte le loro forze.

L’essere partiti per fare la Merica li ha obbligati a una scommessa, come quando da piccolo, sul sagrato della chiesa di Biadene, si giocava le sue biglie di terracotta contro i coetanei. Solo che la loro scommessa non ha vie di fuga, o la vinci e la vivi, o la perdi e la muori. Gioco tristo, senz’altro, ma per quel gioco lì Piero non si sente in colpa, mica l’ha inventata lui, la miseria.

Piero passerà attraverso le prove della violenza, perché “chi è stato cacciato dal suo nido”, se vuole sopravvivere, “poi deve cacciare altri”. La voce narrante di Piero, limpida perché adolescenziale, ci porterà da un lato a vivere questa difficile e amarissima questione sociale legata alla colonizzazione migratoria e dall’altro, attraverso le sue peripezie, al proseguimento della sua stessa vita che, nel tempo, rivelerà non poche sorprese. Ma il dolore, subìto e inflitto, l’angoscia, l’indignazione, la costrizione a certi comportamenti feroci, li porterà sempre dentro, fino alla fine dei suoi giorni.

Lo stile limpido pur nella sua commistione di dialetti (veneto e portoghese mischiati all’italiano o storpiati) e i capitoli preceduti da vere testimonianze di migranti del tempo, (siamo alla fine dell’800) e arricchiti di tanti momenti di valutazioni introspettive scaturite dall’animo del ragazzo, creano un quadro complessivo di una situazione poco nota che non possiamo davvero più ignorare ma della quale dobbiamo prendere atto come facente parte della nostra Storia.

Piero fa la Merica – Edizione cartacea
Piero fa la Merica – Edizione e-book

Trama

Quelli come i Gevori li chiamano «i bisnenti»: hanno due volte niente. Per loro partire, più che una scelta, è un tuffo in un niente diverso, ancora sconosciuto. Anche se dai boschi del Veneto alle foreste del Brasile il viaggio è così lungo. Soprattutto in nave, soprattutto alla fine dell’Ottocento. Attraverso gli occhi di Piero, che ha quindici anni e tante cose in testa, Paolo Malaguti racconta l’epopea e la perdita dell’innocenza degli italiani nelle Americhe: il gesto rapinoso di costruire il mondo tra animali mai visti e piante lussureggianti, dove la lotta con la natura è un corpo a corpo quotidiano. E il futuro una scommessa. Piero dei Gevori ha quindici anni e vive ai margini del bosco del Montello, l’antica riserva di legna della Serenissima. In famiglia sono tantissimi e poverissimi, hanno una casa che sta in piedi per miracolo, mangiano poco e non possiedono nulla. Come se non bastasse, la cattiva sorte si accanisce su di loro. Da qualche tempo, giù al paese, si dice che alla Merica regalino la terra a chi ha voglia di lavorare. Dopo l’ennesima ingiustizia, per i Gevori mettersi in viaggio in cerca di fortuna non è più una scelta, ma l’unica salvezza. Eppure, quando arrivano in Brasile insieme alla marea di italiani in fuga dalla miseria, non trovano il paradiso promesso. Lì in mezzo al nulla bisogna farsi spazio, abbattere gli alberi per costruire tutto da zero: dovranno strappare la terra al “mato”, tra le minacce sconosciute della foresta vergine, lontani da tutto e da tutti, senza alcuna possibilità di tornare alla vita che si sono lasciati alle spalle. Piero aiuta il padre e la sorella a mandare avanti il fondo, tira su case, semina granturco e fagioli: arriva alla sera con le ossa rotte, ma nel frattempo cresce. E crescendo impara due cose: che per morire basta il morso di un serpente, e che il primo amore è più pericoloso di tutte le bestie feroci messe insieme. Nel groviglio del “mato”, oltretutto, sarà lui a scoprire quello che nessuno aveva rivelato ai migranti. La loro terra appartiene ad altri, i nativi che quelle colline le abitano da sempre. Nel suo nuovo romanzo, Paolo Malaguti dà vita a una pagina dimenticata della migrazione italiana. Con la felicità narrativa che ben conosciamo e una lingua che ha i colori del veneto, dell’italiano e del portoghese, ci proietta in un mondo lontano e avventuroso, fatto di fatica e piante esotiche, febbre dell’oro e tradizioni da custodire a un oceano di distanza.

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