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La bambola di porcellana – Kristen Loesch

Recensione a cura di Laura Pitzalis

In un regno lontano, in una terra dimenticata, viveva una bambina che assomigliava in tutto e per tutto alla sua bambola di porcellana...”

Un prologo dove si racconta una favola, una delle tante disseminate nel romanzo, strani quadretti, fiabe in miniatura, spesso dalle sfumature inquietanti. Tutte iniziano con qualche versione della frase: “In un luogo lontano, molto tempo fa...”

Tutte raccolte in un quaderno dalla copertina in pelle dove nella prima pagina, scritto in cirillico e in corsivo, si legge:

Nota per il lettore. Queste storie non hanno un ordine. Dopo averle lette tutte nell’ordine che preferite, potete tornare alla prima. In fondo, questo libro è per chi sa che si può comprendere l’inizio solo alla fine. Ora, se volete vedere quello che sto per mostrarvi, chiudete gli occhi. Se pensate di averli chiusi bene, allora cominciamo. In un regno lontano, in una terra dimenticata…

Queste favole  saranno il “leitmotiv” del romanzo di Kristen Loesch e se dapprima le leggiamo interpretandole per quello che sono, per quello che raccontano nella tradizionale chiave fantastica, poi iniziamo a sospettare che queste favole abbiano un significato nascosto, che contengano un messaggio che deve essere decifrato. E fino alla fine del libro non si sa chi sia l’autore.

Un romanzo storico ambientato in Russia che si sviluppa attraverso due piani temporali differenti, Londra 1991, Pietrogrado, non ancora Leningrado, non ancora san Pietroburgo, 1915.  Le due storie si alternano nei capitoli.

Il primo, 1991, è raccontato in prima persona, l’io narrante è Rose nata e vissuta per i primi 10 anni a Mosca con il nome di Raisa.

Raisa. Il mio nome di battesimo. Lo sento come qualcosa che mi sono lasciata alle spalle, in Russia, insieme agli abiti, ai libri, a tutto quello che mi ha fatta diventare quello che sono. Mia madre è la sola a chiamarmi ancora così.”

Dopo l’evento traumatizzante dell’assassinio del padre e della sorella, fugge insieme alla madre Katia e si rifugia a Londra. Katia porta con sé un quaderno dove sono raccolte fiabe tradizionali russe e la sua collezione di bambole di porcellana, dipinte a mano, anche loro “protagoniste” del romanzo.

Kukolka. Mi ricorda le bambole della mamma, prigioniere nell’appartamento di Londra. Sarei felice di non vederle mai più, e non tanto perché sono inquietanti, ma perché la mamma le preferiva alla compagnia delle persone. È sempre stato così. Di tutte le cose che avremmo potuto portare con noi dalla Russia, e non siamo state in grado di portare molto, lei ha scelto le bambole”.

Rose ormai si sente inglese, studia a Oxford e ha un fidanzato inglese. Tuttavia, qualcosa la chiama al passato, un desiderio di sapere di più su quello che è successo perché non ha mai dimenticato il viso dell’uomo che ha distrutto la sua famiglia. Per questo accetta la proposta dello scrittore Aleksej Ivanov di farle da assistente di ricerca storica nel suo viaggio a Mosca, viaggio che a lui servirà non solo per la presentazione del suo libro di memorie “L’ultimo bolscevico”, ma anche per rintracciare una donna che chiamavano Kukolka e venire a capo di segreti troppo a lungo nascosti.

“ … Perché in effetti si tratta di qualcosa di diverso dal mio solito lavoro. Sto cercando di rintracciare una donna che conoscevo un tempo. Tutto qui. È questo il progetto. […] Si chiamava Kukolka” aggiunge. Bambolina.”

Nel secondo piano temporale, 1915, narrato in terza persona, la protagonista è Tonja, Antonina Nikolaevna, la giovanissima figlia sedicenne di una famiglia della piccola nobiltà di Tula. Tonja sposa Dmitrij un nobile di Pietrogrado più anziano che lei non ama e dal quale viene trascurata perché sempre in viaggio alla ricerca di qualcosa per le sue collezioni. Lui le ha dato la ricchezza, la splendida casa sulla Fontanka, ma lei si sente come uno degli oggetti della sua collezione, rinchiusa in una prigione dorata.

Il tè veniva servito nel salone blu alle quattro del pomeriggio, ogni giorno. E quasi ogni giorno sui vassoi erano disposte anche torte alla crema e sfoglie, o pane imburrato appena affettato e ancora caldo. Eppure, Tonja non aveva mai fame”.

I tempi stanno cambiando, soffiano i venti della rivoluzione e Tonja finisce per innamorarsi di Valentin Michajlovič Andreev, un ventenne seguace di Vladimir Lenin, il rivoluzionario.

Si sta preparando la Rivoluzione che da lì a poco sconvolgerà la vita di tutti, con l’abdicazione dello Zar Nicola II e l’avvento del regime leninista.

“Valentin ricordava come avesse perso la propria fede: nel partito, in Lenin, nella vera rivoluzione socialista. Quando era tornato a Pietrogrado dalla guerra civile, aveva saputo del Terrore rosso, della repressione, dell’esecuzione dei suoi vecchi amici. E si era ritrovato faccia a faccia con la realtà: il partito aveva tradito i propri ideali. La Rivoluzione d’ottobre non aveva rovesciato gli equilibri sociali, il proletariato non avrebbe mai governato”.

Le due narrative scorrono parallele, da una parte quella di Rosie/Raisa alla spasmodica ricerca della sua storia familiare, dell’uomo che ha ucciso la sorella e il padre davanti a lei e che l’ha risparmiata, e il fantasma della sorella Zoja che le aleggia intorno.

Quattordici anni fa, sul nostro volo Aeroflot diretto a Londra, a bordo di un aereo traballante che decollava in un cielo cremisi, ebbi il coraggio di chiederle di lui. La mamma continuò a guardare dritta davanti a sé. Questa fu la sua risposta: quell’uomo non esisteva, me l’ero sognato, forse avevo sognato tutto.”

Dall’altra quella di Tonja e attraverso le sue vicende ripercorriamo tutta la storia della Russia, poi Urss, fino alla caduta di Gorbačëv. È in questa rievocazione storica che troviamo le pagine più crude e drammatiche del romanzo, come l’assedio di Leningrado, circondata dall’esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale e tagliata fuori dal mondo. Assedio che durò dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 mettendo in ginocchio la popolazione locale ridotta alla fame e alla disperazione.

 “Fu il febbraio più lungo della vita di Tonja. Ogni mattina, per poche ore, si diffondeva una debole luce, prima che le braccia scure dell’inverno si stringessero intorno a Leningrado. Non era rimasto più niente da bruciare. Non c’era cibo nella dispensa. Tonja costrinse Katja e Miša a mangiare le vecchie foglie di tè, quelle che aveva strizzato fino all’ultima goccia. Ne mangiò una anche lei, sapeva di catrame. Fece bollire le sue vecchie scarpe, le cinghie della borsa. Le sue ultime forze svanirono insieme a loro…”

Oppure il tragico racconto delle deportazioni nel Nord, il Mar Bianco, in quelli che poi impareremo a chiamare gulag, non dissimili dai lager nazisti per ferocia e violenza inaudita.

“Il campo a destinazione speciale delle Solovki era noto solo come Solovki, oppure con il suo acronimo Slon, che in russo significa elefante. [] Qualcuno diceva che non c’era modo di fuggire dai campi […] Nessuno era mai fuggito. Persino chi veniva rilasciato non poteva fuggire. […] Niente di quello che accadeva alle Solovki aveva senso. Molti prigionieri non sapevano nemmeno perché erano lì. Gli dicevano che dovevano essere rieducati, riabilitati, trasformati in cittadini sovietici. La maggior parte di loro non ne aveva però l’opportunità. Venivano picchiati a morte dalle guardie. Uccisi per una razione di cibo. Lasciati a morire, se non erano in grado di tenere il passo con gli altri.

Ho trovato il romanzo intrigante anche se complesso, dallo stile narrativo magnetico che ha attirato subito la mia curiosità e attenzione. Tuttavia, la lettura non è stata facile perché ho fatto fatica a seguire tutti i passaggi e i colpi di scena, perché mi sono ingarbugliata con i molti personaggi dai nomi impronunciabili e perché l’alternarsi dei vari eventi storici e no del passato con quelli del presente mi ha creato un po’ di confusione “temporale”. Com’è scritto nell’incipit del quaderno delle favole: “questo libro è per chi sa che si può comprendere l’inizio solo alla fine”. E così è stato, solo alla fine, dopo essere più volte tornata indietro nella lettura, ho apprezzato in toto questo romanzo, scritto davvero molto bene e dove Kristen Loesch ha saputo descrivere e raccontare la storia nel modo migliore soprattutto il contesto storico della Russia dal periodo della Rivoluzione d’Ottobre ai primi anni Novanta.

Le bambole di porcellana fanno da trait d’union collegando Tonja a Raisa, il passato al presente. Tutt’e due le protagoniste, ciascuna a suo modo, si ribellano al loro ruolo di graziosi soprammobili, ornamenti da esibire e venerare, per rivendicare il loro diritto di vivere la vita che desiderano.

Un romanzo che anche un omaggio alla tradizione letteraria russa con diversi riferimenti alla letteratura russa e in particolare ad Aleksandr Sergeevic Puskin e alla sua opera “Evgenij Onegin”, ma anche a “Le Notti Bianche” di Fedor Dostoevskij.

Un romanzo che attrae e appassiona perché questa è una storia dei non detti, delle verità taciute, dei segreti nascosti. I temi del tradimento, della vendetta, della verità, dell’amore, della lealtà, della riconciliazione e della redenzione sono al centro del romanzo e gli conferiscono un alone di solennità. Questi temi vengono esplorati attraverso gli eventi della storia russa, offrendo una riflessione più ampia sull’impatto della storia sulle vite individuali e come il passato possa influenzare il presente in modi sorprendenti.

Non solo, quindi, un romanzo storico, ma un viaggio emozionale che bilanciando l’azione con la riflessione lascia un segno nel cuore, mescolando segreti, traumi e speranze che uniscono il “trascorso” e il ”corrente”.

PRO

Una grande ricostruzione storica fra l’Urss e la Londra contemporanea, basata sull’intrecciarsi delle vicende di due donne che hanno dovuto attraversare gli orrori della storia. Una narrazione ricca di descrizioni, di azioni e di scene che colpiscono.

La copertina affascinante ed evocativa sia per i colori che per la struttura generale, che coglie  l’atmosfera storica e romantica del racconto: la semplice donna di schiena che cattura due donne in due epoche diverse con lo sfondo dei palazzi della Russia di un tempo e di oggi.

CONTRO

Difficoltà iniziale nel seguire la storia doppia. Ma forse questo è stato solo un mio limite.

La storia di Raisa che risulta essere più debole rispetto a quella più solida di Tonja; la sensazione è quella che l’autrice abbia voluto esagerare e inserire colpi di scena e rivelazioni sconvolgenti anche laddove non erano necessari, come a voler aggiungere drammaticità a un romanzo però già di per sé molto intenso e a tratti crudo.

La bambola di porcellana – Edizione cartacea
La bambola di porcellana – Edizione e-book

SINOSSI

Rosie studia all’Università di Oxford e una volta al mese va a Londra a trovare la madre, una donna cupa, intristita, che si rifiuta di parlare del passato. Alla sua morte, Rosie si ritrova in possesso di una collezione di bambole e di un vecchio quaderno di fiabe scritte in un alfabeto di cui ha solo un vago ricordo; storie che l’accompagnano nella Russia del 1915, in un tempo lontano in cui già si respira il vento della rivoluzione. Un mondo avventuroso e romantico, colmo di violenza e tradimenti, che custodisce un grande amore, profondo e proibito, tra una nobildonna e un bolscevico. Rosie decide di accettare un lavoro di ricerca proprio a Mosca, sua città d’origine, dove intende scavare nei segreti della sua famiglia per scoprire cosa è realmente accaduto prima che lasciasse la Russia. Armata del quaderno come di una bussola che le indica la strada, ritroverà il filo di una matassa complessa e letteralmente costellata di colpi di scena. Quando ogni mistero sarà svelato e le memorie che si volevano seppellire verranno alla luce, allora la vita potrà riprendere il suo corso, con la consapevolezza che il nostro innato desiderio di appartenenza, se può condurre a verità dolorose, può anche aiutarci a perdonare. In fondo, se una storia è bella, se è capace di coinvolgere ed emozionare, noi vogliamo crederci.

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